martedì 24 novembre 2009

se io fossi un assessore

Se io fossi un assessore ai lavori pubblici di un comune qualsiasi e un giorno venisse a parlare con me qualcuno dai modi gentili e mi spiegasse che certi lavori sarebbe meglio che venissero appaltati alle imprese degli Amici;
se io rifiutassi e mi facessero sapere con toni più minacciosi che conoscono dove va a scuola mio figlio e a che ora e con chi torna a casa,
in che situazione mi troverei?

Potrei fare tre cose:
cedere alle loro pressioni e diventare connivente;
denunciare il tutto alla polizia e cominciare a vivere nel terrore di ritorsioni a me e alla mia famiglia;
dimettermi.

Io credo che fondamentalmente la malavita organizzata sia semplicemente un modo di essere del capitalismo: alla base ci sono solo ed esclusivamente gli affari. E per realizzare i propri affari non si esita a minacciare di fare del male alle altre persone.
Credo anche che il problema non si possa risolvere pensando di votare a sinistra piuttosto che a destra, perchè chi abita nel Sud sa che purtroppo questa diversità nei fatti non è esistita, salvo nobili eccezioni.

L'unico modo per cercare di risolvere il problema è l'unione dei cittadini, come a scuola che se c'è uno che disturba e rompe le scatole a tutti, se viene emarginato dai compagni, non fa danni.
Per ottenere questo risultato bisogna però superare quella frammentazione di cui parlavo nel post precedente, bisognerebbe invertire la tendenza a rinchiudersi nel privato, nel personale, nel proprio orticello fregandosene degli altri.

Quello che sta succedendo ora è, invece, l'esatto contrario ed infatti la malavita organizzata si sta espandendo come un cancro anche al Nord.
E' solo l'unità e la solidarietà dei cittadini che può sconfiggere le mafie.

lunedì 23 novembre 2009

la frammentazione

Non sono sparito, sto solo riflettendo su temi importanti.
Mi sento come una lavatrice che sta facendo prelavaggio, lavaggio e risciacquo: la centrifuga ci sarà alla fine, durerà cinque minuti e darà il prodotto finale, ma prima sono necessarie due o tre ore di gira e rigira.
Sto riflettendo su un fenomeno che caratterizza la realtà odierna: la frammentazione psichica come modalità dell' esistenza che soddisfa il nostro bisogno di non provare angoscia.
Vale a dire la società del tutto ciò che desideri lo devi realizzare subito indipendentemente da una visione di te e del mondo caratterizzata da un senso globale. Così le nostre azioni sono sempre più il frutto dell'impulso del momento e risultano sempre più indipendenti le une dalle altre, come fossero compiute da tanti individui diversi scollegati tra loro.
Nell'epoca della globalizzazione, io rischio di diventare frammentato: strano, no?
L'invito di Baudelaire:" Bisogna sempre essere ebbri (...) per non sentire l'orribile fardello del tempo, che spezza la vostra schiena e vi atterra: bisogna ubriacarsi senza tregua" oggi sembra in via di realizzazione.
O come dice la poetessa:

In pieno giorno o a notte fonda
Si uniscono in coppie, triangoli e cerchi.
Poco importa il sesso, l'età dei partner.
I loro occhi brillano, gli ardono le guance.
L'amico travia l'amico...
Durante questi convegni solo il tè va in calore.
La gente siede sulle sedie, muove le labbra.
Ognuno accavalla le gambe per conto proprio.

(W. Szymborska)


La lavatrice che è dentro di me gira e rigira...

giovedì 19 novembre 2009

immagini e simboli


Questa è la carta successiva al Matto, si chiama il Bagatto e porta il numero 1.
Se consideriamo la serie delle carte, che si chiamano arcani maggiori e sono in totale 22, come una storia, un racconto simbolico in 22 episodi, non sembra strano che la prima carta sia quella del Matto, di colui cioè che ci porta in una nuova avventura, con la naturalezza del viandante.
E non è strano neppure che la seconda carta rappresenti questo personaggio che è l'opposto del Matto, ovvero la sua integrazione.
Infatti il Bagatto è fermo, statico e lavora, fa qualcosa su un robusto tavolo di legno pieno di arnesi di ogni tipo.
Come a dire che una volta presa la spinta per iniziare qualcosa di nuovo (il Matto), poi bisogna mettersi a lavorare sodo per andare avanti e ottenere risultati.
Da questo punto di vista il Matto e il Bagatto si integrano perfettamente: non basta andare verso il nuovo senza lavorare con serietà, come non basta lavorare sodo senza avere un desiderio interiore di trasformazione.

mercoledì 18 novembre 2009

le immagini simboliche


Le immagini che compaiono nei sogni possono corrispondere esattamente al vissuto quotidiano oppure possono essere simboliche.
Queste ultime rappresentano qualcosa che nella realtà quotidiana non esiste e proprio per questo ci possono spalancare la porta verso una ulteriore conoscenza di noi stessi.
Un simbolo collega, unisce insieme cose che nella realtà esterna non stanno insieme, non si presentano mai insieme e può quindi darci la rappresentazione di un concetto, di un'idea assolutamente nostra, autentica, originale.

Vi faccio un esempio: tanti anni fa abitavo insieme alla mia ragazza ma non ero soddisfatto del rapporto. Mi stavo interrogando sulla questione, quando sognai che mentre tornavo a casa da lei, trovavo per terra un libretto della pensione a mio nome. Io avevo allora 25 anni e ovviamente non avevo un libretto della pensione. Ma nel sogno c'era. Mi fu chiaro che il rapporto con la ragazza era abbastanza sterile e io stavo facendo con lei una vita da pensionato. Dopo poco ci lasciammo.

L'immagine rappresentata qui sopra si trova su una carta dei tarocchi di Marsiglia e probabilmente è del 1500: è chiamata Il matto ed è simbolica: non esiste nella realtà questo personaggio tale e quale.
Possiamo guardarla nei particolari e nell'insieme come se fosse un quadro, lasciandoci prendere dalle sensazioni che riceviamo e dalle associazioni di idee e di immagini che ci passano nella mente.
Ovviamente non c'è una interpretazione giusta in assoluto, perchè ciascuno ha la sua e quella è giusta per lui.

Qui sotto vi scrivo alcune possibili associazioni ma ciascuno può trovarne tante altre:



E' uno che va da un posto ad un altro, portando con sè nel sacchetto le cose essenziali per il viaggio. Sembra spinto a camminare dal cane, col quale è in buoni rapporti.

Tiene il bastone cui è appeso il sacchettino con la mano sinistra ma dalla parte destra del collo, il chè fa pensare ad uno un po' scombinato. Si appoggia a un bastone come fanno quelli che vanno a fare delle lunghe camminate.

Dal punto di vista simbolico fa venire in mente una parte di noi che è in movimento, che non sta ferma sempre nello stesso posto, che ama girare, conoscere cose e situazioni nuove, ricorda la figura del wanderer, del viandante pieno di energia e curioso, spinto da un bisogno interiore di novità, che va sempre in giro e non si ferma mai a lungo in nessun luogo; da questo punto di vista fa venire in mente Siddharta, colui che cerca.
E' quella parte di noi che ci preserva dalla tracotanza, dalla radicale certezza delle nostre convinzioni e ci permette l'apertura nei confronti del nuovo, del diverso da noi.

Ricorda un po' la cultura hippy, l'amore per la ricerca e la sperimentazione in un ambito naturale, col cuore del fanciullo continuamente aperto alla scoperta della vita. Per questo può suscitare paura in chi è troppo condizionato da una cauta razionalità.

Sembra rappresentare quella parte di noi che ci porta verso il nuovo, lo sconosciuto, in modo istintivo (il cane) e poco strutturato. E' una spinta vitale, erotica in senso lato, di amore per la vita, cioè per la trasformazione.

Potrebbe ricordare Arlecchino, Papageno, Il pifferaio magico e Peter Pan.

Certo va tenuto d'occhio perchè se prende troppo potere dentro di noi, la sua parte negativa potrebbe essere una spinta verso la irresponsabilità infantile e verso l'uso delle droghe per evitare di confrontarsi coi problemi concreti del vivere.

domenica 15 novembre 2009

un discorso importante

Fra un anno o due dovrò fare a mio figlio questo esatto discorso, quindi lo copio qui e glielo farò leggere. E' stato scritto da Massimo Fini e l'ho copiato dal blog di Annamaria. Dice così:

Caro Matteo,

hai compiuto undici anni, nonostante a me piaccia vederti ancora come tale, non sei più un bambino, ma un ragazzino che sta entrando nell'età della ragione. Come ogni padre mi pongo anch'io il problema di darti dei riferimenti morali più precisi e più argomentati di quanto abbia fatto finora. Per la verità è già da tempo che avrei dovuto affrontare la questione. Ma esito. Il mio istinto sarebbe quello di trasmetterti i valori che mio padre diede a me e che io ho introiettato anche se, naturalmente, non sempre ne sono stato all'altezza: onestà, lealtà, rigore, dignità. Sono i valori della cultura e dell'etica laica e liberale ottocentesca che generazioni di genitori hanno tramandato ai figli e che ora io dovrei consegnare a te. Ma esito. Il mio timore, inculcandoteli, è di fare di te un handicappato sociale. Quei valori infatti, che sono stati moneta valida e riconosciuta fino agli anni '50, sono ora diventati carta straccia.

Non farti fuorviare dal fatto che li sentirai continuamente sulla bocca dei nostri uomini politici, dei nostri dirigenti, dei nostri imprenditori, dei nostri banchieri e di chiunque abbia una posizione di potere. Sono sulla loro bocca, ma non nel loro cuore e tantomeno nei loro comportamenti. In Italia infatti esiste una doppia morale: una buona per i gonzi che ci vogliono credere, l'altra per i furbi. Intendiamoci, Matteo, questa doppia morale, una per la classe dirigente l'altra per il popolo, è sempre esistita, anche se, forse, in forme non così sfacciate. La novità è che oggi, a furia di prendere lezioni, la doppia partita della morale è diventata patrimonio anche della maggioranza della gente comune. Qualche anno fa una valletta televisiva, Lory Del Santo dichiarò: «La morale non esiste. L'unico principio è che il fine giustifica i mezzi e tutte le strade sono buone se portano là dove vuoi arrivare». Nella sua onesta impudicizia la Del Santo svelava le regole del gioco che oggi quasi tutti praticano: le monete che hanno veramente valore per farsi avanti nella vita sono la disonestà, la slealtà, l'opportunismo, la vendita di se stessi. Non si tratta, naturalmente, di andare a rapinare i negozi o di prostituirsi pubblicamente. Questo lo fanno solo i poveracci. Nemmeno le puttane esercitano più sulla strada. Si tratta di vendersi sottobanco, di mettersi sotto la protezione di boss, di clan, di mafie, di lobby, di partiti, di grassare denaro pubblico con astuzia, di lucrare l'ingiusto, ma stando al coperto, di affibbiare agli altri il lavoro che dovresti fare tu e di attribuirsene i meriti e così via. Nella società del look, l'importante è sembrare onesti senza esserlo. Ignazio Silone, in Vino e pane, ha scritto: «Non c'è niente da fare, oggi per vivere un po' bene bisogna vendere l'anima». Si riferiva al fascismo, ma le sua parole si attagliano ancor meglio per l'Italia degli ultimi trent'anni.

E allora che cosa ti dovrei insegnare, Matteo? La dignità, la coerenza, l'onestà, il rigore morale che ti saranno d'ostacolo nella già difficile corsa per la vita? O non è forse meglio che ti educhi al cinismo e ti attrezzi per la realtà qual essa è, oggi?

Per sondarti un po', per capire le tue inclinazioni, quest'estate ti ho raccontato l'apologo del partigiano Pedro. Ti ho raccontato come Pedro, arruolatosi giovanissimo nelle file partigiane subito dopo la caduta del fascismo, abbia catturato sulle montagne del lago di Como, con un'azione audacissima (in sette fermarono una colonna di trecento tedeschi armati di tutto punto), Mussolini, la Petacci, i gerarchi fascisti in fuga e li abbia poi trattati con l'umanità che sempre si deve ai vinti. Ti ho raccontato come, da Milano, arrivò un manipolo di partigiani, con le divise nuove di zecca, comandato dal "colonnello Valerio" il quale massacrò, strappandoli ai laceri uomini di Pedro, Mussolini, la Petacci, i gerarchi, quelli responsabili e quelli meno responsabili, eppoi li fece appendere per i piedi a piazzale Loreto. Ti ho raccontato come Pedro, ingegnere, una volta tornato alla vita civile non volle mai strumentalizzare ai fini di carriera la sua partecipazione alla lotta partigiana e fece i capelli grigi in un modesto impiego all'Eni e come Valerio, nel dopoguerra, fosse premiato, per un'azione che nulla aveva avuto di glorioso, ma somigliava piuttosto a quella del boia, con onori e cariche e morì parlamentare della Repubblica.

Tu, a capo chino, mi ascoltavi, mi pare con attenzione (a meno che non contassi i formiconi che evoluivano sotto il tavolo, in giardino). Alla fine ti ho chiesto: «Allora, preferiresti essere Pedro o Valerio?». Hai risposto: «Pedro». E mi ha fatto piacere. Ma tu non puoi sapere, Matteo, che Pedro per comportarsi come si comportò nella vita civile dovette avere molto più coraggio di quando rischiò la pelle combattendo. Perché il vero eroismo non è quello di un giorno, ma quello, quotidiano, difficilissimo, della rinuncia alle lusinghe e alle facili scorciatoie. È quello di combattere ad armi impari con chi usa tutti i mezzi per arrivare. È quello di accettare, pur di non vendersi, un posto nella vita sociale più modesto di quello che pensiamo ci spetterebbe. Ci vuole una grande forza interiore per essere Pedro. E a maggior ragione ce ne vuole oggi quando chi si comporta con onestà e dignità non ha nemmeno, a differenza di un tempo, il rispetto del contesto sociale, ma gli tocca anzi subire la commiserazione, se non l'aperto disprezzo dei bari della vita.

Per questo, caro Matteo, esito. Non sono del tutto sicuro di avere il diritto di marchiare, per pregiudizi morali che sono miei, un futuro che è tuo.

Massimo Fini - L'handicap dell'onestà, da "Il conformista" del 22 settembre 1989

venerdì 13 novembre 2009

amare il corpo e la psiche

Ricordo ancora una frase d'amore che una donna mi disse tanti anni fa.
C'era tanto amore in quella frase che dentro mi sentii sciogliere tutto il corpo come fosse un gelato tolto dal freezer e passato nel forno a microonde.
Fu una cosa istantanea e totale, un piacevolissimo terremoto interiore accompagnato da vibrazioni e sensazioni contemporanee di vuoto e pienezza, un vero rimescolamento di tutto l'interno del mio corpo.
Queste sensazioni hanno in sè qualcosa di trascendente, che va oltre la realtà fisica concreta e oggettiva.

Io credo che l'amore sia anche trascendenza, nel senso che rimanda sempre a qualcosa di altro e di più rispetto al reale; c'è sempre un eccesso nell'amore rispetto alla realtà concreta delle cose. Nell'amore c'è un'apertura di senso, l'immaginazione di un futuro più intenso, diverso, nuovi viaggi, nuovi orizzonti, nuove avventure tutte da scoprire e da vivere insieme.
Laddove l'energia mentale degli amanti è più forte, l'amore può diventare mitico e a volte perfino mistico.
Amore sacro e amor profano sono, a mio modo di vedere, due modi di esprimersi dell' energia vitale assolutamente correlati tra loro. Io credo anzi che queste due forme di amore si possano intrecciare e che gli esseri umani si possano amare l'un l'altro in modo trascendente, nello stesso identico modo nel quale i mistici amano Dio.
Un essere umano e Dio possono essere entrambi rappresentati come concetti, contenuti psichici o immagini mentali. Ciò che li differenzia è che un essere umano è un individuo concreto che ha un corpo e una psiche. E questo corpo e questa psiche possono essere amati in modo trascendente se vengono amati entrambi contemporaneamente perchè allora anche il corpo assume una dimensione simbolica, partecipa della realtà trascendente della psiche e l'amore per un essere umano diventa amore per quella totalità umana, che è una piccola totalità incarnata, parte di quella totalità cosmica che gli uomini hanno sempre chiamato Dio.

giovedì 12 novembre 2009

oggi mi sfogo

Confesso: stasera, in un momento di rilassamento, ho fatto zapping.

Cioè, avrei voluto fermarmi da qualche parte e guardare qualcosa di interessante, ma non ci sono riuscito.

Sono partito da Ignazio La Russa che era da Vespa a Porta a Porta e magnificava la legge sul processo breve, mentre alcuni magistrati non lo prendevano troppo sul serio ed erano piuttosto incazzati; avrei voluto dirgli: dai, La Russa, lo sappiamo tutti perchè si fa questa legge sul processo breve...

Su Italia Uno c'era Chiambretti con le solite chiambrettate, che ormai sono sempre lo stesso disco che si ripete da anni; era in compagnia di quattro tenniste azzurre mezze scosciate e coi brillantini ovunque, felicissime di farsi chiedere amenità tipo perchè vincono più partite quando i loro fidanzati le lasciano.

Sul Tre iniziava la Dandini, che mi è sempre piaciuta ma alla quale dopo tanti anni mi sono ormai assuefatto come ad una droga e, tranne in qualche occasione, non mi fa più un grande effetto (e poi perchè non c'è più la Banda Osiris che portava tanta ironia?).

Su Rai Due c'era la gara, l'ennesima immancabile gara televisiva dove si elimina sempre qualcuno per soddisfare il sadismo inconscio dei telespettatori sublimato in dispiacere; stavolta c'era X Factor, gara tra cantanti sconosciuti che mirano alla vittoria finale venendo sterminati per strada dai cecchini conduttori del gioco.

Su Canale 5 c'era Bonolis, che sicuramente non è uno stupido, ma che fa lo stupido, assieme al suo compare Luca Laurenti, del quale è onestamente difficile dire se lo fa per far ridere o se lo è per davvero. Qui la carne da macello è rappresentata dai bambini dai 4 agli 8 anni e qui io mi incazzo molto. Innanzitutto coi genitori che non si dovrebbero permettere di esporre i propri figli agli onori del palcoscenico, e poi con gli autori di questo crimine. I bambini non devono essere esibiti, devono fare i bambini e stare a giocare con i loro coetanei, non fare le scimmiette ammaestrate o le sfilate di bellezza per la gioia narcisistica di mamma e papà.

Sugli altri canali due o tre vecchi film e telefilm visti e rivisti, un po' di pubblicità, insomma le solite cose.



Ma perchè non si può più vedere in tv un'intervista o un dibattito con qualcuno che pensi con la propria testa e non sia il membro o l'amico del governo o del partito di destra o di sinistra? Qualcuno che non urli e dica con calma e semplicemente le cose che ha pensato e meditato?
Qualcuno che possa dire in un dibattito a un altro partecipante:"Ma sa che le cose che ha detto sono interessanti, ci penserò sopra". Perchè domina la dimensione della gara, della vittoria sull'altro e non quella della collaborazione con l'altro per costruire una sintesi nuova?

Che fine hanno fatto in questo Paese le persone libere, che pensano con la propria testa e dicono cose difficilmente incasellabili in schemi precostituiti? Che magari pongono delle domande, lasciano aperte le questioni, ti fanno pensare, invece di volerti sempre vendere la propria verità, cercando di sponsorizzare questa o quella fazione?


Uno dei drammi dell'Italia di oggi è che deleghiamo tutto agli altri, dai quali ci aspettiamo le risposte ai nostri problemi mentre chi ha il potere non fa nulla per aiutarci a pensare con la nostra testa, anche fuori dagli schemi, perchè altrimenti diventeremmo difficilmente controllabili.

E noi siamo complici con loro in questo: non apriteci spazi di pensiero, non ci obbligate a farci domande, dateci le gambe e le tette delle veline, i quiz stupidi e beceri: sono quelle le risposte che vogliamo, che fanno crescere gli indici di ascolto, che ci atrofizzano il cervello e l'anima e ci rincoglioniscono sempre di più giorno dopo giorno.

Così io interpreto il voto alla destra della maggioranza degli italiani oggi: pensaci tu e mettici in condizione di non dovere fare la fatica di pensare con la nostra testa. Questo atteggiamento c'è sempre stato, ma oggi è diventato sistematico.

Siamo il paese del mago Berlusconi e della maga Circe che trasformano gli uomini in maiali?

Che fine ha fatto il pensiero libero, l'immaginazione, l'arte dell'interrogarsi sul senso della propria vita e dello stare insieme agli altri?

mercoledì 11 novembre 2009

UN POST SPECIALE

Sono stato a lungo incerto perchè la cosa è molto delicata, ma poi ho deciso per il sì, ho deciso di farvi questo dono.

Sono le parole scritte dalla mia ex-analista due giorni dopo che aveva saputo di essere affetta da un tumore al pancreas, patologia che normalmente lascia pochissime settimane di vita.



Ho deciso di pubblicare questo scritto per diversi motivi:

1) E' stato letto al funerale svoltosi un mese fa e distribuito ai partecipanti e quindi è un documento pubblico;

2) Credo che l'autrice, se fosse in vita, non avrebbe problemi ad autorizzarmi a pubblicarlo;

3) Ho provveduto a togliere i nomi delle persone che vengono citate;

4) Credo che possa fare del bene a chi lo legge;

5) Se in questo blog c'è la mia anima, questo scritto non può mancare, perchè è il simbolo di tutto quello che l'autrice mi ha trasmesso sia dal punto di visto umano che professionale: l'amore per la vita, per se stessi e per gli altri.




Ecco il testo:



Era il 12 settembre 2008. Ero in ospedale da tre giorni. Sono circa le quattro del pomeriggio. Il dott F. A., che in ospedale è stato il mio angelo custode, si siede sul mio letto, mi guarda “..come sai.. non ci sono buone notizie: una massa enorme all’altezza del pancreas, veramente grande: la decisione dell’equipe è che non si può fare niente, nessuna cura è possibile. Il tempo non lo sappiamo mai, ne abbiamo già parlato tra noi …” gli è difficile parlarmi, ma lui sta cercando di aderire a un patto che il giorno prima ci eravamo reciprocamente scambiati : “F. io so che ci potrebbe essere qualcosa di grave: qualunque cosa sia, tu per prima la devi dire a me: non mi voglio perdere niente di una possibile esperienza di malattia o di morte: e poi lo voglio dire io a S. e alle mie figlie”.
Lui mi stava confermando qualcosa che ormai da circa un mese l’inconscio mi aveva detto attraverso un sogno: da circa un mese mi stavo preparando e ci stavo facendo i conti. In fondo non c’era niente di nuovo. La mia anima nel profondo veniva colta da un senso di pace e di serenità incredibile, la prospettiva di
nessuna cura mi dava forza invece che disperazione. Il mio cuore era spezzato dal dolore di lasciare S. , le mie figlie ancora così all’inizio del loro cammino: io, incurante di tutti, me ne sarei andata per la mia strada: il sentimento che provavo fortissimo era l’esperienza indicibile dell’amore e del tradimento che si mescolavano turbolenti insieme.
“F. mi devi dire più o meno quando” :-“non lo so”- forse non è la verità, ma capisco il suo sforzo e la sua fatica e lascio perdere. A quel punto il pensiero è per i miei pazienti: sto tradendo anche loro: ho delle responsabilità nei loro confronti cui non posso sottrarmi e devo trovare un modo.
Con S. decidiamo, che se ci sarà il tempo vorremmo aspettare il 22 settembre per dirlo alle nostre figlie, giorno in cui M. dovrebbe dare un esame importante a cui si è preparata per tutta l’estate: mi spiacerebbe mandarglielo all’aria e faccio un altro patto con F. e il buon Dio perché, ognuno dei due, usando i mezzi di propria competenza, così diversi ma tutti e due così necessari e bisognosi di collaborare insieme, perché mi facciano arrivare fin lì ancora senza che troppo si percepisca.
La vita da quel momento diventa intensa al massimo e capisco e sperimento fino in fondo quanto l’esperienza della morte arricchisca e dia senso e profondità anche al più insignificante gesto della vita. Nei giorni seguenti condividerò questa verità coi parenti e gli amici più cari sperimentando momenti di condivisione bellissimi, dolorosi e sereni insieme.
Ed ora un grazie al buon Dio che mi ha regalato una vita bellissima, intensa, grazie ai tanti amici con cui abbiamo condiviso momenti bellissimi e grazie anche a quanti in questi ultimi dieci anni mi hanno ferito, attaccato, regalandomi esperienze forti e dolorosissime, che hanno lasciato profonde ferite e lacerazioni al fondo della mia anima, ma mi hanno aiutato a crescere nel profondo e nel raggiungimento della consapevolezza del perdono “ Signore perdonaci, perché non sappiamo quello che facciamo”. L’esperienza della croce, cosi come a noi tramandata attraverso il vangelo, è entrata negli ultimi anni nella mia vita con la sua forza, la sua potenza redentrice: a tutti quanti mi hanno permesso di viverla va il mio grazie e la mia riconoscenza, pur nella consapevolezza che il male c’è e si aggira in mezzo a noi, purtroppo spesso in modo troppo inconsapevole.
Un grazie e un pensiero tutto particolare va ai miei allievi del C., me li porto dentro: con modalità diverse abbiamo condiviso esperienze profonde: hanno arricchito il mio cuore e la mia anima.
Un pensiero amoroso e sofferente insieme va ai miei pazienti, in particolare a questi ultimi che ora tradisco andandomene. I pazienti sono stati da 36 anni parte vitale della mia vita, con loro abbiamo vissuto cammini di dolore, sofferenza, gioie profonde, luci inaspettate, silenzi, fatiche inenarrabili. Siate voi stessi: non tradite mai quella verità che vi appartiene, che al fondo del vostro cuore sempre vi guida: ma per ascoltarla siate capaci di silenzio.
Ed ora S., amore mio, perdona questo mio ultimo irreversibile tradimento: non ci saranno altri vent’anni. Era il biglietto che mi avevi scritto per i nostri trent’anni di matrimonio: “
sembra incredibile, ne sono passati trenta, ce ne saranno altri 20?” Porto con me il tuo amore, la tua
profonda delicatezza d’animo, qualche volta un po’ troppo nascosta dietro durezze che non ti appartengono, la tua generosità senza fronzoli, essenziale e certa, il tuo esserci sempre.
E ora a voi M. C., G. e M., luce e speranza dei miei occhi e del mio cuore, mi accompagna il dolore di non vedervi più adulte e la certezza che sarò sempre nel vostro cuore. Porto con me la bellezza delle vostre anime, che vi auguro di poter conservare nella vita, la vostra generosità che anche in questi ultimi giorni si è rivelata al suo massimo, la vostra voglia di vivere, l’impegno verso la sacralità della vita. Porto con me le vostre difficoltà, vi sarò vicino, sempre: lo so , per il momento sarete addolorate e arrabbiate con me, ma poi cercatemi nel profondo del vostro cuore: là nascosta da strati di terra ed ora di dolore e di amore io ci sono per voi sempre.
A tutti chiedo perdono per quando ho ferito e non sono stata capace di amore.
Che Dio vi benedica tutti e vi aiuti nel vostro cammino terreno.
Ospedale Policlinico, all’alba della mattina del 14 settembre 2008

martedì 10 novembre 2009

dialoghi con una signora ucraina

Non so quanti anni ha, penso 40-45 e una volta alla settimana viene a fare le pulizie a casa mia.
E' ucraina, bionda, alta e ha un corpo atletico. Non è propriamente bella, ma quando entra in casa appoggia il giaccone e la borsa sulla sedia, saluta, si dirige con passo deciso verso lo sgabuzzino e comincia il suo lavoro senza tante parole. E per 4 ore lavora senza fermarsi mai. E' sempre sorridente, se le parli è gentile ma è sempre molto decisa, in tutto quello che fa.
Dice a voce alta che ti sei sbagliato perchè le hai dato dieci euro in più, te li restituisce e dice che non va bene, così come un'altra volta dice che le hai pagato tre ore in meno e che altrettanto non va bene.

Oggi le ho parlato per trenta secondi: roba da guinness dei primati.

Ad un certo punto le ho detto:"Eh, la vita, è strana". E lei:" Ah sì, io smesso voler sapere tutto, smesso prevedere tutto, la vita non si può mai sapere; certe cose si dice "io non farò mai", poi invece capitano. La vita è così. Io smesso dire mai, mai dire mai". Poi ha acceso l'aspirapolvere e mi ha girato le spalle, con la stessa decisione di uno sciamano che aveva elargito il responso degli dei e tornava alla sua tenda.

Trenta secondi che per me hanno avuto lo stesso impatto di un film di un'ora e mezza o di un libro di cento pagine.

lunedì 9 novembre 2009

dodici casalinghe (semi)nude

In un piccolo paese di provincia dodici casalinghe giovani e di bell'aspetto hanno posato per un calendario i cui ricavati andranno in beneficienza.

Il quotidiano locale ha dato la notizia dicendo che hanno fatto foto in pose glamour.

Dando un'occhiata alle anteprime delle foto mia nonna, gran puritana, avrebbe detto in modo preciso che erano pose da tr... .

Fino a poco tempo fa si sarebbe detto che erano pose sexy, molto scollacciate e maliziose.

Oggi si dice: pose glamour, che sa tanto di polvere di stelle e brillantini.

Io non sono uno studioso del linguaggio ma ho la sensazione che ci sia la tendenza a non chiamare più le cose col loro nome: abbiamo le orecchie sensibili, peccato che il cuore invece si indurisca sempre più e che la sostanza dei nostri comportamenti e delle nostre relazioni sia sempre più fredda e distaccata.


Mi sarà sicuramente sfuggito qualcosa, ma a me che gli spazzini si chiamino operatori ecologici, che i ciechi si chiamino non vedenti, ecc. sembra solo un grande imbroglio di parole che lascia la sostanza invariata se non peggiorata, perchè ci abitua a dare troppa importanza alla confezione a scapito della sostanza delle cose.


E poi che si debba fare un calendario di casalinghe (semi)nude per fare beneficienza a me sembra una grande cavolata al servizio, questo sì, dell'esibizionismo narcisistico delle fotografate e del vojeurismo pruriginoso dei compaesani.

Sento ogni giorno di più il bisogno di chiamare le cose col loro nome senza nascondermi dietro parole alla moda, magari straniere o arzigogolati giri di parole che non dicono assolutamente niente.

Sto diventando un intollerante bigotto o un po' di ragione mia nonna in fondo in fondo ce l'aveva?

sabato 7 novembre 2009

la specificità dell'Altro

Vi invito a leggere il post di Marina del 5 novembre dal titolo andatura lenta ( http://www.ineziessenziali.blogspot.com/ ).
Io l'ho letto come un inno allo Spirito, al suo abbraccio amoroso con la Vita intesa come Ricerca.

Non ricerca intellettuale, scientifica, avulsa dalla vita concreta, ma RICERCA INCARNATA, ricerca interiore-ed-esteriore che crea un circolo virtuoso nel quale ciascun aspetto arricchisce e dà senso all'altro, come la diastole e la sistole, l'inspirazione e l'espirazione, il maschile e il femminile.

Una spinta vitale che si fonda sull'interiorità, sul nostro perenne interrogarci, che però per trovare la propria realizzazione concreta deve sporcarsi le mani col mondo esterno, con la terra rappresentata dal mondo delle relazioni, della finitezza, dei limiti, delle mancanze, delle gioie e delle sofferenze.

La donna ha un masso in più da portare rispetto all'uomo, dice Marina, e io concordo. Vorrei ricordare però che l'uomo, se non si pone su un piano di pari dignità con il femminile, se non ne apprezza la diversità, è confinato nel suo angusto e sterile gioco intellettuale e di potere; non conoscerà mai tutto il meraviglioso mondo che esiste aldilà del suo sprezzante e narcisistico isolamento: il mondo della relazione d'amore.

E allora, dal blog di Annamaria ( www.annamariafarina.com ) vi invito a leggere il post di qualche giorno fa dal titolo Massimo Fini - Woman: una citazione di Massimo Fini sull'essenza del femminile, un aspetto di verità profonda che quasi mai oggi viene ricordato.

Grazie Marina, grazie Annamaria: grazie a tutte le donne e a tutti gli uomini che cercano di conoscere, rispettano e valorizzano la specificità dell'altro e la propria, il miglior modo, credo, di onorare il dono della vita e aiutare il mondo ad essere più sano, più vero, più creativo, più gioioso, più fertile e più fecondo.

venerdì 6 novembre 2009

amoredibabbo/8


giovedì 5 novembre 2009

oggi ho imparato che...

Stare per molto tempo in intima compagnia di persone per noi insignificanti rischia di farci diventare insignificanti per noi stessi, cioè privi di senso, di sostanza, di carattere, di personalità, insipidi e perfino insulsi.

una interessante iniziativa

La Fondazione San Carlo di Modena organizza, insieme al Comune di Modena, il Festival di Filosofia che si svolge annualmente a Modena, oltre a gestire un centro culturale, una grande biblioteca, un centro di studi religiosi e una scuola di alti studi.

Spesso la FSC organizza cicli di conferenze che hanno per tema le scienze umane: filosofia, diritto, psicologia, politica, storia delle religioni, antropologia, sociologia, ecc., sempre tenute da docenti universitari o studiosi di chiara fama italiani e stranieri.

Recentemente ha messo in rete, scaricabili gratuitamente dal suo sito web http://www.fondazionesancarlo.it/ nella sezione Conferenze, più di cento testi, audio e video delle conferenze che hanno avuto luogo presso la Fondazione negli ultimi anni.

Se volete dare un'occhiata...

mercoledì 4 novembre 2009

uomini che non crescono (una catena nevrotica)

Marilde Trinchero, nel libro La solitudine delle madri, Magi ed. 2008, parla dei momenti più difficili che una madre si trova a vivere, quelli nei quali ha la sensazione di non riuscire a sopportare il peso fisico e mentale di tutte le cose che deve fare: accudire i figli, occuparsi della casa (e spesso del marito e dei genitori) e andare a lavorare.

Cito questo libro, che invito tutti, maschi e femmine, almeno a sfogliare, perchè mi ha fatto riflettere sul fatto che alla solitudine delle madri dovrebbe accompagnarsi quella dei padri. Voglio dire: in coppia si sta in due e se uno dei due non ne può più, non credo che l'altro possa tranquillamente stare bene, a meno chè non se ne freghi bellamente dell'altro.

Invece capita spesso che molti mariti ripropongano con la moglie un rapporto simile a quello che avevano con la madre: lei fa le pulizie, prepara il cibo, gestisce le mille incombenze casalinghe e loro vivono come se fossero adolescenti, sempre impazienti di andare a divertirsi, giocare a calcio e frequentare gli amici.

La nascita di un figlio viene vista da questa tipologia di uomini in modo doppiamente negativo perchè da un lato aumenta la quantità di problemi che si dovranno sobbarcare e dall'altro lato toglie loro una parte considerevole di attenzioni e di affetto che la moglie investiva su di loro prima della nascita del bambino; per non parlare dei rapporti sessuali che saranno meno frequenti e condizionati dalle esigenze del neonato. Insomma, il bambino è una complicazione alla quale molti mariti rispondono andandosi a cercare un'amante che li faccia divertire.

Le mogli, sentendo che non possono contare più di tanto sul marito, tenderanno ad attaccarsi eccessivamente ai figli instaurando con loro una relazione affettiva molto intensa e gratificante, che le porterà spesso a essere troppo permissive, a giustificarli quasi sempre, a trattarli insomma come piccoli principi o giovani amanti, i quali, una volta cresciuti e sposati, chiederanno alla moglie le medesime eccessive attenzioni ricevute dalla madre.

Il cerchio così si chiude e tende a perpetuarsi all'infinito.

Cosa si può fare per spezzare questa catena nevrotica?

P.S.: Ad onor del vero, esistono anche delle donne che sono eccessive, quasi ossessive nel pretendere che tutto sia pulito, perfetto, a posto, ordinato, ecc. e complicano moltissimo la vita a mariti, figli e figlie che sono costantemente oggetto di pretese altissime e frequenti rimproveri.

martedì 3 novembre 2009

non è mai troppo tardi


Quattro anni fa ho acquistato la casa in cui tuttora vivo: mio figlio aveva 5 anni.
Prima di comprarla avevo constatato con piacere che le due famiglie confinanti avevano in tutto quattro bambini, più o meno dell'età di mio figlio.
Immaginavo un cortile pieno di giochi, una banda allegra e vociante tipo quella dei Peanuts: Charlie Brown, Lucy e tutti gli altri ed ero strafelice.

Il primo giorno mio figlio si presentò a due bambini dei vicini con un allegro Olè, salve a tutti. La reazione dei bimbi mi lasciò esterrefatto: uno corse ad attaccarsi alle gonne della mamma spaventato e l'altra, una femmina un po' più grande, lo guardò immobile, inespressiva, senza dire una parola.
Scoprimmo poi con dispiacere che anche gli altri due bimbi erano più o meno simili a questi.

All'inizio pensammo che si sarebbero sciolti dopo poco, poi ci chiedemmo se c'era qualcosa che non andava nel nostro comportamento o in quello di nostro figlio, perchè anche gli altri genitori si comportavano così con noi.
Dopo qualche mese capimmo che noi non avevamo nessuna colpa, ma che, semplicemente, quelle famiglie erano così: diciamo poco espansive e socievoli.
Brave persone eh, nessun problema, nessuna discussione, silenziose, non ricevevano mai amici; tanti buongiorno, buonasera, ciao, come va, ma niente di più.
Li invitammo a cena, per festeggiare insieme il nostro trasloco; vennero, uno portò anche una bottiglia di champagne, ma dopo quattro anni non ci hanno mai ricambiato l'invito.

Raramente e solo casualmente i bambini hanno giocato insieme, nonostante all'inizio li avessimo invitati spesso.
Sono cattolici, ceto sociale medio, parlano bene e sono sempre ben vestiti. I bimbi sono molto belli e curati, come le loro case e i loro giardini.

Sono passati quattro anni.

Da qualche settimana c'è qualche segno di disgelo, i bambini si trovano un po' più spesso e giocano insieme piacevolmente e in modo naturale.
Adesso sia io che mio figlio siamo un po' più contenti della nuova casa.

Non è mai troppo tardi.

lunedì 2 novembre 2009

il giorno dei morti

Oggi è il giorno dei morti. Tutti vanno al cimitero. Io no. Mi sento un po' diverso dagli altri, ma io i miei morti li ho qui, dentro di me, caldi, 365 giorni all'anno. Non ho bisogno di un giorno-simbolo per ricordarli, non ho bisogno di andare là, dove ci sono i resti dei loro corpi e una lapide fredda. Io parlo con loro, li ricordo, insomma ce li ho dentro.
Quando anch'io non ci sarò più non desidero pellegrinaggi sulla mia tomba, a meno chè non sia una cosa sentita, vera. Vorrei lasciare a ciascuno la libertà di ricordarmi quando e come vuole, con un ricordo improvviso, con un dialogo interiore o con una visita alla mia tomba.

amoredibabbo/7

Stiamo passeggiando in centro, è sera, di fronte a noi un negozio di abbigliamento femminile ; nella vetrina illuminata un manichino di donna scheletrica, gambe e busto minimali.
Io non riesco a tacere e sbotto:"Guarda se è possibile. Ma non sarà mica bella una donna così magra?".
E mio figlio:"Eh, per abbracciarla bisogna girarci intorno le braccia due volte".

domenica 1 novembre 2009

alda merini

Oggi è morta Alda Merini e il mondo dell'anima è in lutto.
Credo che la cosa di cui c'è più bisogno oggi è la poesia, quella poesia che viene dalle profondità dell'anima, che è come dire dalle nostre viscere.
Un anno fa avevo pubblicato su di lei questo post che vi ripropongo:
frutti di stagione: alda merini#links

in Italia la democrazia non esiste più

Berlusconi ha detto ieri che: "Se ci fosse una condanna in processi come questi sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia".
A mio parere questa frase è sufficiente per accusare Berlusconi di avere tradito la nostra Repubblica, perchè lascia intendere chiaramente che per lui la democrazia è ciò che pensa lui e non una forma di vita collettiva fondata su leggi che regolano la convivenza civile e che vanno rispettate da tutti. Con questa frase, che si potrebbe definire stalinista, Berlusconi si è posto al di sopra delle leggi italiane, quindi fuori dalla nostra democrazia.
Le leggi che istituiscono la magistratura e ne precisano le funzioni, insieme alle leggi che regolano lo svolgimento dei processi e l'efficacia delle sentenze sono leggi dello Stato Italiano legittimamente in vigore e alle quali il signor Silvio Berlusconi è soggetto come tutti i cittadini.
Siccome Berlusconi è il nostro primo ministro, la democrazia in Italia non esiste più.


In queste ore buie, può essere utile riflettere sulle parole di Dario Antiseri, prof. di Metodologia delle scienze sociali all'università LUISS di Roma, contenute nel suo Trattato di metodologia delle scienze sociali, Utet 2007, pagg. 492-494:

"Siccome vivere è risolvere problemi e siccome la soluzione dei problemi richiede proposte molteplici di soluzione e critiche severe, è allora chiaro che, data la nostra fallibilità e la nostra ignoranza, se vogliamo davvero risolvere al meglio i nostri problemi, gli altri devono essere liberi di avanzare le loro proposte e fare le loro critiche. Nè ci può essere una conoscenza di quella che dovrebbe essere la società perfetta. In breve: la non fondabilità razionale dei nostri valori ultimi e la fallibilità della conoscenza umana - e la dispersione di questa conoscenza tra milioni e milioni di uomini - sono le due chiavi che aprono la società: la aprono a più valori, a più visioni del mondo filosofiche o religiose, a più proposte politiche, e quindi a più partiti, alle critiche più severe dei diversi punti di vista e delle differenti proposte. E' questa la società aperta. La società aperta è chiusa solo agli intolleranti. (...) La società chiusa è chiusa dalla pretesa di essere possessori di verità ultime, totali e razionali, magari incontrovertibili, e portatori di valori assoluti razionalmente dimostrati e comunque da imporre agli altri. E ciò mentre i due pilastri su cui si erge la società aperta sono la fallibilità della conoscenza umana e l'inderivabilità logica delle norme dai fatti (e quindi: il politeismo dei valori)".